Spadoni Rossana ‘Cici’

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L’importanza di chiamarsi “Cici”: Rossana Spadoni nel 1939, a sette anni, e la carta intestata, a suo nome, della co,pagnia.

Ha succhiato il teatro con il latte: affermazione sicuramente non azzardata, visto che papà Ultimo e mamma Teresa Bosi, tra parentesi compagna, anche sulla scena, del marito, tenevano la piccola dietro le quinte a portata di mano, tra una poppata ed… un atto, dentro una valigia di fibra imbottita di cuscini, come afferma Franco Zamboni in un articolo su ‘Cici’apparso su “Il Resto del Carlino” del 19 aprile 1990.
Già a tre anni calcava ‘personalmente’ e con smagata bravura – ma i cromosomi, si sa, non sono acqua – le assi del palcoscenico; appena cinquenne, il 3 febbraio del 1937, partecipò, cantando, al Teatro Verdi, a il “Lodovico… il Moro”, la terza edizione di una serie fortunata di riviste tutte incentrate sui fatti ed i pettegolezzi cittadini, scritta da Alberto ed Antonio Boari,. ‘Buarìn’ e Buaròn’, su musiche ed arrangiamenti del fecondissimo compositore, librettista ed anche commediografo in lingua dialettale, il Maestro Carlo Otello Ratta, diretta ed interpretata anche da Angelo Aguiari, ‘Anzulón’, scrittore, poeta, nonché musicista e suonatore di organo a pedale e ukulele, ‘colpevole’, tra l’altro, di aver fatto apprendere al giovane Michelangelo Antonioni l’amore per il jazz ed il teatro.
In quel contesto Rossana, in frack e gardenia all’ occhiello, come la raffigura una foto di scena, cantò con la sua vocetta “Conosco una fontana”, un fox-trot di Ristori e Veroli. Il successo fu tale che da allora Rossana, ormai per tutti ‘Cici’, fu chiamata a recitare ed a cantare nei teatri di mezza Italia e nei salotti dei vip ferraresi dell’ epoca.
Un episodio la dice lunga in merito: la ‘paga’ di Cici, allora, era già di cinquecento lire, cifra enorme per quei tempi, se si considera che gli attori professionisti percepivano venti lire.
“Ricordo che in quello stesso periodo – racconta con un lampo di malizia e di affettuosa memoria – recitai con la mia compagnia (di cui era la ‘titolare’, come da …carta intestata, n.d.r.) a Tresigallo, nella residenza dell’allora ministro della Agricoltura, Rossoni e, tra l’altro, intonai una canzone tanto in voga, “Se potessi avere mille lire al mese”: beh, al termine della mia performance – circa una decina di minuti -le raccolsi puntualmente”.
Quando il fascismo impedì l’uso della lingua dialettale in scena, si dovette ‘ripiegare’ sul teatro tradizionale in italiano: fu così che ‘Cici’ venne definita la ‘Shirley TempIe italiana’, soprannome anzi scutmai che non si tolse per molto tempo di dosso.
“Il mio cavallo di battaglia era l’atto unico di Eligio Possenti, i “Fuori dal nido” dove “, interpretavo una bambina che, fuggita dal collegio, si recava sulla tomba della madre morta un successo di… lacrime incredibile” – ricorda ancora – “Alternavo recite a teatro con quelle a favore dei militari, anche in città come Pola, considerata zona di operazioni”.
A questo proposito vale la pena di riportare alcuni brani di una recensione che nel 1942 Flora Antonioni scrisse su “Il Carlino della Sera” ‘per ‘Cici’ definendo la, oltretutto, un’ attrice nata, un’ italianissima stella’:
“… Anche la piccola ‘Cici’ Spadoni, ferrarese, che ho conosciuto in questi giorni a Roma, al Teatro delle Arti, e che
ho ufficialmente intervistata come una diva in grande stile, sa ballare e cantare; ma sa fare anche altro: può farvi nascere negli occhi quel paio di lacrime di cui parlavamo sopra. Ne sa qualcosa il mio vicino di sinistra, un distinto signore già brizzolato, che, dopo inutili sforzi, si decise a lasciar uscire senza vergogna la propria commozione, sotto forma di lacrime. Noi donne, si sa, siamo facili alle lacrime, ma tu, piccola Cici, fai piangere gli uomini! Eligio Possenti ti ha prestato, con l’atto unico “Fuori dal nido”, uno strumento di commozione che tu hai maneggiato con bravura straordinaria: siamo venuti tutti con te a portar garofani rosati sulla ‘casetta bianca’, nello strano villaggio pieno di croci, dove dormiva la tua mamma, quella della commedia, s’intende, ché la tua mamma vera era lì accanto a te, a farti il viso burbero, in veste di direttrice del collegio dove tu vivevi, chiusa in un tuo piccolo immenso mondo di sogni… Maliziosa e patetica, dolce e umana… Che sei tanto brava, lo hanno detto tutti, perfino i critici, così poco teneri per solito, i quali erano venuti per giudicare la vostra recita. Dico la vostra, perché tu, il tuo papà, la tua mamma e tutti gli altri bravi attori della tua compagnia erano venuti a Roma per partecipare al concorso tra compagnie minime di prosa; e tu rubasti loro, senza volerlo, un po’ di applausi…”.

La piccola Cici Spadoni durante la recita a Tresigallo in presenza dell'allora Ministro dell'Agricoltura Rossoni

La piccola Cici Spadoni durante la recita a Tresigallo in presenza dell’allora Ministro dell’Agricoltura Rossoni

Decine e decine sono i ruoli interpretati da Cici negli anni della sua infinita carriera, ma è forse al periodo degli anni’ 50 che, in qualche modo, lei ammette di essere più legata e di avere avvicinato i personaggi che le hanno dato le maggiori soddisfazioni.Uno di essi è sicuramente quello di Veronica, la bigotta in “Tre gati da patnàr”, di Augusto Celati. Tra i quattordici ed i quindici anni, poco più che adoloscente, subito dopo la guerra, aveva recitato in “Scampolo” di Dario Niccodemi e in “A la partigiana”, di Alfredo Pitteri; molto caro è, all’artista, il ruolo di Rossana (il suo stesso ‘vero’ nome…), appositamente ideato per lei, allora diciottenne, sempre da Pitteri e, ancora, quello di Eva in “Al diàvul l’è ‘na fémna”, più che mai scritto ‘su misura’ per ‘Cici’ da Werther Marescotti, visto che, poi, nessuna più lo interpretò.
A chi scrive piace ricordare anche una parte tenerissima, sostenuta da Cici come ‘fata buona’ in “La fòla d’un piazzann su la vié granda”, un testo drammaturgico per bambini redatto appositamente dal medico-scrittore Giorgio Golinelli, il nostro autore dialettale vivente più grande oggi.

Da non dimenticare che, come il padre Ultimo e con il marito Beppe Faggioli, Cici Spadoni è spesso interprete cinematografica e televisiva, in ruoli di caratterista, genere attoriale purtroppo ormai perduto ma importantissimo, a volte più di quello di protagonista.
Ogni volta che nella nostra città si gira un film e Ferrara torna ad essere la città-set per definizione – un appellativo quanto mai giusto per i suoi scorci, i suoi palazzi, le sue vie rossettiane che Burckhardt aveva descritto così scenograficamente come ‘lunghe e diritte’ – entrambi, oltre ad altri attori della Straferrara e di altre compagnie dialettali ferraresi come il Teatro Minore, vengono ‘reclutati’ per far parte del cast.
Iniziano verso la fine degli anni’ 50 le loro prime apparizioni: è del 1959, infatti, la loro partecipazione a “La lunga notte del , 43” di Florestano Vancini, tratto liberamente da “Una notte del , 43”, una delle “Cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani; il 1970 è la volta de “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, ancora una volta liberamente trasposto dall’ omonimo romanzo di Bassani, pellicola da cui lo scrittore, come per il precedente, volle prendere ‘alcune distanze’, essendo stato lui stesso sceneggiatore e, forse, proprio per questo ‘critico’ nei confronti dei testi che dalle sue opere prendevano spunto.
Nel 1971, dopo lo sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi “Il mulino del Po”, dal romanzo di Riccardo Bacchelli, che vide tra gli interpreti un grande Ultimo Spadoni, come già accennato nella pagina che lo riguarda, Cici e Beppe presero parte a “La vela incantata” di Gianfranco Mingozzi; nel 1987 si cimentano ancora con un film ‘letterario’, ‘ancora’, inutile dirIo, Bassani: “Gli occhiali d’oro”, per la regia di Giuliano Montaldo in triplice coproduzione italo-franco-inglese (il cast internazionale comprendeva, tra gli altri, Rupert Everett e Philippe Noiret, n. d. r.).

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CIci Spadoni fra gli autori e promotori per lo spettacolo per le Forze Armate al campo di Poggio Renatico – 9 maggio 1941

Nel 1990 partecipano, anche se solo in veste puramente organizzativa (cast, locations, etc.), alla lavorazione del film “In nome del popolo sovrano”, del regista romano per eccellenza, Gigi Magni.
Tra il 1994 ed il 1995 Michelangelo Antonioni, nel suo penultimo lavoro a sei mani svolto insieme con Tonino Guerra e Wim Wenders, “AI di là delle nuvole”, conta tra le fila dei suoi attori Cici e Beppe, benché per una breve apparizione, quasi un ‘cameo’. Ricorda Cici: “… Avevo il terrore che ricapitasse quanto era successo per “Gli occhiali d’oro”: avevo dovuto studiare una battuta in inglese per recitare con Rupert Everett e, alla fine, mi
sono vista sullo schermo …muta e ripresa solo di spalle!!”.
Delusioni che la Spadoni ha dovuto subire varie volte, nel corso della sua lunghissima carriera: “…Rammento, nel 1991, “Le mosche in testa”, una pellicola di Gabriella Morandi e Maria Daria Menozzi: la mia parte era piuttosto importante ma, in fase di ‘decoupage’ e montaggio, divenne come la precedente del film di Montaldo, pressoché irrilevante…”.
“… Ma un ruolo notevole – continua nel suo ‘ritorno al passato’ Cici -l’ho sostenuto in “Il. mondo alla rovescia”, della regista rodigina Isabella Sandri, nel 1995, riproposto qualche tempo fa sugli schermi italiani che, aveva pure partecipato al Festival di Cinema delle Donne di Firenze…”.
Molti ancora sono i ruoli, le partecipazioni di cui si potrebbe parlare che riguardano Cici: eppure lei non si è mai ‘montata la testa’, anzi, in una intervista di alcuni anni fa, ammise con schiettezza di essere rimasta attaccata soprattutto al teatro dialettale per passione, grande passione, anche se… ‘domestica’.
Decise, infatti, per libera scelta, di diplomarsi in pianoforte e di dedicarsi, a livello professionale, all’ insegnamento della musica nelle scuole medie, continuando a recitare in lingua dialettale nel suo piccolo-grande entourage affettivo-drammaturgico che è la Straferrara.
Quando non solo i cromosomi ma anche la classe non è acqua…

Tratto dal libro di Maria Cristina Nascosi
I settant’anni della Straferrara
Piccolo percorso tra storia ed immagini di una compagnia teatrale dialettale

VI° volume di: “CÓM A DZCURÉVAN / COME PARLAVAMO”
Quaderni sulle fonti, le testimonianze, i testi della lingua,
della letteratura e dell teatro dialettali ferraresi
a cura di AR.PA. DIA. (ARchivio PAdano dei DIAletti)
del Centro Etnografico del Comune di Ferrara.

 

 

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